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Cina, Moncler vince la causa contro la contraffazione asiatica

Tutti sanno che nei mercati rionali di ogni paese, sia esso italiano o straniero, è possibile trovare capi all’apparenza firmati, a prezzi irrisori. Tuttavia, una volta acquistati i suddetti, ci si accorge che la qualità riscontrata non è in alcun modo paragonabile a quella delle più importanti griffe di moda. Per questo, aziende tessili dai marchi prestigiosi, combattono ogni giorno contro la falsificazione della propria merce, proveniente, in gran parte, dalla Cina. I commercianti ed i mercanti della Repubblica, arrivano a diffondere le loro copie all’interno dei confini europei, grazie all’intercessione di attività criminali locali.

Eppure, è di pochi giorni fa la notizia secondo cui l’industria asiatica Bejing Nuoyakate Gourmet Co, Ltd sia stata obbligata dalla giurisdizione cinese al pagamento di un risarcimento di tre milioni di yuan (420.000 euro circa), a favore del colosso italiano dell’abbigliamento Moncler. L’azienda di Romeo Ruffini sarebbe stata vittima di un’imponente strategia di marketing falsario, per la quale neanche i giudici asiatici hanno potuto chiudere un occhio.

La sorprendente sentenza cinese va ad onorare la recente riforma promulgata in materia di falsi e contraffazione, la quale prevede pene più severe per i malfattori, nonché la chiusura, in alcuni casi, dell’intera rete aziendale incriminata.

Moncler, assieme ad Harmont&Blaine e ad altri nomi già protagonisti di importanti denunce, può dunque festeggiare una ragguardevole vittoria, che segna un precedente nell’intera giurisdizione della Repubblica Popolare. Ulteriori aziende di matrice asiatica saranno infatti ben attente nel vendere capi con loghi famosi o già registrati, onde evitare il susseguirsi di fastidiose beghe giudiziarie.

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Aprire un account di trading in euro o in dollari?

Nel panorama dei broker online, sono molti quelli che offrono la possibilità di iniziare ad operare con depositi minimi, opportunità interessante per chiunque voglia cimentarsi con l’esperienza del trading senza dover disporre di capitali ingenti.

Effettuando una ricerca su internet, si può notare che sarà possibile aprire un conto versando un deposito in diverse valute, che generalmente corrispondono all’euro, al dollaro e alla sterlina inglese. É sempre necessario aprire un account in Euro? Esistono dei vantaggi nell’aprirlo, ad esempio, in dollari americani? E a quali svantaggi si può andare incontro? Vediamo qui alcune analisi basate su esempi concreti.

Nello specificare il deposito minimo richiesto, a volte il broker esprime la stessa somma sia in euro che in dollari. Si può trovare ad esempio un’offerta di un account disponibile a partire da 100 euro o 100 dollari. Questo può essere vantaggioso per chi volesse depositare una somma ancora inferiore ai 100 euro, in quanto, al tasso di cambio attuale, la moneta europea è più forte di quella americana.

Infatti, se un euro valesse 1,10 dollari, un importo di 100 euro sarebbe equivalente a 110 dollari. Questo significa anche che, se volessimo optare per la creazione di un conto minimo di 100 dollari, dovremmo disporre di 90,90 euro invece che di 100 euro.

Lo svantaggio di questa scelta potrebbe essere dato dal fatto che di solito, una volta selezionato il dollaro USA come valuta base e di deposito, non si potrà convertirla successivamente in euro o in altre valute, fatto che potrebbe causare degli inconvenienti soprattutto in fase di prelievo.

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Ramazzotti ed i rapporti con T&F: arriva la smentita

Dopo i numerosi gossip di questa estate, nonché le diverse vicende televisive protagoniste della cronaca, la famiglia Ramazzotti, ed in particolare Eros, è di nuovo al centro del ciclone, in seguito alla sua presenza nell’elenco di una nota agenzia finanziaria con sede in svizzera, accusata di riciclaggio.

Lo staff del cantante di ‘Terra promessa’, ‘Più bella cosa’ e ”Se bastasse una canzone’ avrebbe infatti intrapreso, per conto dell’artista, una seppur iniziale relazione con T&F (Tax & Finance, ndr), studio che si frappone tra il cliente ed i diversi interlocutori economici, attraverso le proprie società, create e gestite appositamente per la raccolta di profitti indebiti. Il motivo del rapporto contestato sarebbe l’ottimizzazione fiscale dei conti di Eros.

Il nucleo di polizia tributaria, guidato dai pm Pellicano, Filippini e Polizzi, sospetta che Andrea Primicerio, socio fondatore della fiduciaria elvetica, abbia svolto un ruolo primario nell’ambita acquisizione del profilo di Ramazzotti. Ad aiutarlo c’è poi stata Veronica Berti, compagna di Andrea Bocelli, nonché sua manager. Se sia stato il tenore ad indirizzare il cantante non è lecito sapere, eppur tuttavia, da par loro, Eros e tutto il suo staff hanno prontamente smentito la notizia, minacciando querele e giurando di non aver “mai avuto rapporti con Tax&Finance”.

Probabilmente la questione, diventata ormai di dominio pubblico, comporterà inevitabili conseguenze per tutte le parti in causa. Dopo gli scandali riguardo presunte raccomandazioni nei confronti della figlia Aurora per la conduzione di XFactor, il cantautore, all’anagrafe Eros Walter Luciano Ramazzotti, dovrà dunque difendersi anche da questa scomoda e più grave accusa.

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Prospera l’industria del falso

Tra i tanti indicatori sulla situazione economica, ce n’è uno che sembra abbastanza eloquente, quello relativo all’industria del falso, sempre più prospera in Italia. Secondo gli ultimi dati, nel 2015 almeno il 25% dei consumatori ha acquistato una volta o più, nel corso dell’anno, un prodotto o un servizio illegale.

La percentuale precisa arriva al 25,8%, un dato comunque in lieve diminuzione (-1,2 punti) rispetto a quello fatto registrare nell’anno precedente. In controtendenza, però, alcuni settori molto rilevanti per il Made in Italy, quelli dell’abbigliamento (+11,3%), delle calzature (+5,9%) e della pelletteria (+2,8%). A parziale consolazione, va messa in evidenza la contrazione di prodotti contraffatti legati alle categorie potenzialmente più pericolose per la salute, ovverogli alimentari, i cosmetici e i profumi, ove si registra un calo del 5,4%.

Il risultato è stato fornito da Confcommercio-Imprese per l’Italia, che ha reso noti i dati relativi all’indagine sulla contraffazione e l’abusivismo realizzata in collaborazione con Format Research. Uno studio che è stato commissionato in vista della Giornata di mobilitazione nazionale di Confcommercio “Legalità, mi piace”, che avrà luogo il prossimo 25 novembre.

A giustificare il ricorso a prodotti o servizi illegali, almeno per il 70% dei consumatori sono motivi di natura economica, abbastanza plausibili in un momento di crisi che non accenna a lasciare il passo alla ripresa. Mentre il calo nel settore degli alimentari è legato ad una crescitadella consapevolezza sui rischi per la salute, arrivata all’80% contro il 71% del 2014. In crescita anche la consapevolezza dei danni che possono derivare alle imprese da forme di illegalità che sfociano in vera e propria concorrenza sleale.

Per quanto riguarda la figura tipo del consumatore di prodotti e servizi illegali, in prevalenza si tratta di una donna (59,5% dei casi rilevati), a partire dai 35 anni (per il 79,2%), che fa parte di un nucleo familiare composto da almeno due persone. Particolarmente colpito dalla piaga dell’illegalità è il Sud, ove risiedono il 43,5% dei consumatori illegali, mentre il livello d’istruzione è solitamente medio-basso (per il 72,9%), con una particolare propensione a pratiche di questo tipo da parte di casalinghe, pensionati, impiegati e operai (per l’86,1%). Categorie che non navigano certo nell’oro.

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Il Pianeta, le Persone e i Profitti

E’ la regola delle 3 P: rispettare il Pianeta, le Persone e fare, così, Profitti.

Lo dicono gli ultimi dati: aumentano i fatturati e le esportazioni delle imprese green.

Le aziende sopravvissute alla crisi inseguono il successo applicando la regola delle 3 P: imparare a far profitti rispettando il pianeta e le persone.

« Gli imprenditori italiani lo hanno capito. Oggi quasi la metà delle nostre imprese è verde: il 27,5% è Core green, cioè vende prodotti e servizi ecologici, mentre il 14% è Go green, ovvero realizza processi produttivi a basso impatto» spiega Edo Ronchi, ex ministro dell’Ambiente e presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

Quest’associazione ha presentato alla fiera Ecomondo di Rimini la prima Relazione sullo stato dell’economia green in Italia: i dati sono davvero incoraggianti. Nel 2014, il 50% delle imprese verdi ha incrementato i suoi guadagni contro il 10% di quelle tradizionali.

Le realtà ecosostenibili sono vivaci e dinamiche ma più piccole delle aziende tradizionali. Affinchè possano rafforzarsi hanno bisogno di politiche tese ad innovare e incentivare la ricerca ed una burocrazia che penalizzi chi continua ad immettere anidride carbonica nell’atmosfera.

Per crescere servono idee nuove e vincenti, strategie ed investimenti a lungo termine. Come quelle delle aziende che hanno vinto il premio Sviluppo Sostenibile 2015: la BlaBlaCar, piattaforma internazionale che si occupa di favorire i contatti tra chi viaggia in auto e chi ha bisogno di un passaggio; BeonD che ha progettato un veicolo elettrico con batterie che durano di più; Mercatino che rivende mobili usati che altrimenti andrebbero smaltiti.

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I cross valutari più importanti nel Forex

Il Forex è il mercato delle valute internazionali, un settore finanziario caratterizzato dalla presenza di forte liquidità. Grazie alle piattaforme di trading online è possibile ora trarre dei profitti negoziando da casa in tempo reale sull’andamento delle quotazioni valutarie.

Le operazioni che si effettuano sul Forex si riferiscono sempre a coppie di valute, o cross. Al mondo esistono centinaia di “currencies” e di conseguenza le combinazioni delle coppie potrebbero essere infinite. Tuttavia, i broker ed i trader preferiscono concentrarsi sui cross più importanti, quelli legati alle valute più scambiate nei mercati globali, come il dollaro, l’euro e la sterlina inglese. Si tratta di monete utilizzate dalle economie più potenti e produttive del pianeta, che mobilitano infatti un’ingente quantità di risorse e determinano l’andamento delle Borse internazionali.

Tra i cross più popolari nel trading online si possono trovare le combinazioni che includono le seguenti valute:

EUR (euro)

USD (dollaro USA)

GBP (sterlina inglese)

AUD (dollaro australiano)

CHF (franco svizzero)

CAD (dollaro canadese)

JPY (yen giapponese)

NZD (dollaro neozelandese)

Si potrà notare che il dollaro USA è pressoché onnipresente negli scambi valutari, in quanto corrisponde alla valuta più utilizzata nelle transazioni economiche mondiali. Un broker online permetterà infatti di negoziare su cross come EUR/USD, USD/JPY o GBP/USD, coppie che sono oggetto di forti speculazioni finanziarie.

La stabilità economica e finanziaria di un paese contribuisce a rendere popolare la valuta nel trading: il rublo russo, ad esempio, non suscita grande affidabilità nei mercati a causa della sua intrinseca volatilità, legate alle incertezze politico-economiche legate alla Russia.

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Pagamenti digitali: Apple pronta a far concorrenza a PayPal

Non c’è dubbio che nel corso degli ultimi anni, ed in particolare nell’ultimo decennio, gli smartphones abbiano apportato grandi modifiche negli usi e nei costumi degli utenti. Come tutti sanno, i cellulari hanno amplificato ed allo stesso tempo semplificato la vita di tutti noi, consentendoci azioni per le quali, in altri momenti storici, avremmo impiegato ore, se non interi giorni. Tra queste, i pagamenti online sembrano oggi vivere un nuovo sviluppo, grazie a Google, ma anche ad Apple, la quale sembra stia impiegando preziose risorse nella creazione di un’app, che permetta di trasferire denaro da una persona all’altra in maniera semplice e gratuita.

Ad annunciare lo sviluppo di Apple-Pay, questo il suo nome, ci ha pensato il Wall Street Journal, importante quotidiano internazionale pubblicato negli Stati Uniti. Lo stesso fa sapere che, con molta probabilità, i versamenti su conto bancario rimarranno gratuiti (così come già avviene su Venmo, portafoglio digitale di PayPal), mentre subiranno una tassazione del 3% nel caso in cui siano destinati ad una carta di credito.

L’azienda di Cupertino, è bene precisare, arriva piuttosto in ritardo nel campo delle transazioni on-line, già controllate dalla storica rivale Google, attraverso Square, e dal social-network Facebook, attraverso Messenger. Il già citato Venmo sembra però essere il servizio più redditizio con ben 2,1 miliardi di dollari gestiti nell’ultimo anno (circa il 19% degli spostamenti di denaro avvenuti da persona a persona negli USA).

Lo scopo, è evidente, è quello di utilizzare unicamente l’i-phone anche per i pagamenti; per far ciò la ‘casa delle idee’ stipulerà, a breve, importanti accordi con le banche J.P. Morgan ChaseCapital One e Wells Fargo.

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Lo smart working o lavoro agile

Per smart working o lavoro agile s’intende la possibilità di lavorare ovunque tramite un tablet, uno smartphone o un computer portatile connesso a Internet. A differenza del telelavoro non prevede una postazione di lavoro fissa a casa, ma si può gestire il tutto in completa autonomia e ovunque siamo. Quindi, si lavora da casa, dal bar mentre si fa colazione o dalla panchina di un parco.

Tutto questo cambierà il nostro stile di vita? In questo senso la legge intende equiparare lavoro agile e lavoro d’ufficio: lo stipendio e i diritti restano i medesimi ma bisogna accordarsi con l’azienda per altri parametri come gli orari di lavoro e quelli di riposo, strumenti usati, modalità di esecuzione del lavoro. Per quanto riguarda la sicurezza saranno tutelati solo gli infortuni legati al lavoro che si sta svolgendo.

L’idea di base è quella di poter conciliare al meglio lavoro e vita privata, senza trascurare nè l’uno nè l’altra. Infatti, l’opportunità di poter lavorare ovunque potrebbe incentivare l’occupazione femminile e concedere agli uomini la possibilità di essere più presenti in famiglia.

La risposta dei dipendenti a questa iniziativa è più che positiva: la libertà di lavorare dove si può o si vuole rende lo svolgimento dell’attività più piacevole e meno pesante.

Certo c’è chi lo fa già da tempo. Una ricerca americana ha stabilito che l’80% delle persone lavora anche da casa, e controllando le e-mail la mattina o prima di coricarsi totalizza ben 7 ore di lavoro in più a settimana.