Impugnare licenziamento: quando è possibile? Requisiti e termini

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Se il datore di lavoro decide che è arrivato il momento di interrompere il rapporto di lavoro con il suo dipendente può far scattare il licenziamento; nel caso in cui il lavoratore ritenga che questo provvedimento sia ingiusto ha la possibilità di impugnarlo; vediamo quando è possibile impugnare il licenziamento e quali sono i requisiti e i termini per farlo.

Quando è possibile impugnare il licenziamento: i termini

Il licenziamento è il recesso unilaterale del rapporto di lavoro subordinato da parte del datore di lavoro; il datore di lavoro comunica la sua volontà di interrompere definitivamente il rapporto di lavoro inviando al suo dipendente la lettera di licenziamento. Il dipendente ha la possibilità di contestare questo provvedimento, ma per impugnare il licenziamento deve rispettare le modalità e le tempistiche previste dalla legge. Bisogna dire che di solito è il lavoratore coinvolto a procedere con l’impugnazione, ma in alcuni casi questa può essere proposta dal suo avvocato o dall’associazione sindacale a cui ha aderito.

Il termine per impugnare il licenziamento è stabilito in 60 giorni dalla data in cui c’è stata la comunicazione della volontà da parte del datore di lavoro. Questo lasso di tempo può essere interrotto con qualsiasi atto scritto che possa essere ritenuto idoneo a far sapere al datore di lavoro la volontà del dipendente di contestare il provvedimento. Il secondo termine da tenere bene a mente è quello relativo al deposito del ricorso in tribunale, che deve avvenire entro 180 giorni dalla data in cui c’è stata l’impugnazione del licenziamento; il ricorso deve essere per forza depositato in tribunale da un avvocato.

Per evitare il ricorso in tribunale il dipendente può richiedere al suo (ex) datore di lavoro un tentativo di conciliazione e arbitrato: le scadenze da rispettare sono le stesse viste prima. Se il datore rifiuta questa proposta il ricorso va presentato entro 60 giorni dal rifiuto. Nel caso in cui invece il datore di lavoro accetti il tentativo di conciliazione si possono verificare due situazioni:

  • non si trova l’accordo e per il deposito del ricorso in tribunale rimane il termine originario dei 180 giorni, a cui vanno ad aggiungersi i 20 giorni del periodo di sospensione;
  • il datore di lavoro pur avendo accettato il tentativo di conciliazione non presenta le sue memorie di difesa entro 20 giorni; il nuovo termine per presentare il ricorso in questo caso è di 60 giorni più il termine di sospensione di 20 giorni.

Reintegro o risarcimento?

Secondo la nuova normativa Jobs Act in caso di licenziamento discriminatorio, orale o nullo è previsto il reintegro del lavoratore e il pagamento da parte del datore di lavoro di un risarcimento il cui importo può arrivare fino alle cinque mensilità (al netto di quanto eventualmente percepito con un altro lavoro svolto durante il periodo di estromissione) più il versamento dei contributi INPS. Per i licenziamenti per giustificato motivo e per giusta causa, nel caso in cui sia stata accertata la loro illegittimità il lavoratore riceve un indennizzo stabilito in base al numero di anni di servizio presso il datore di lavoro (massimo due mensilità per ogni anno di lavoro); è previsto il reintegro (più risarcimento) se il fatto materiale alla base del provvedimento non sussiste. Ci sono delle regole specifiche per i licenziamenti fatte dalle imprese con mendo di 15 dipendenti.

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